Benvenuti a voi che passate per questa mia casa, l'allevamento de
I Certosini della Sciamana!

Lo so che questo sito è anomalo, lo so, abbinare al mio piccolissimo allevamento di gatti certosino i miei pensieri mi rende fragile...

Scrivere, buttare fuori le mie emozioni siano belle che brutte è uno scaricarsi che mi fa andare avanti anche se a volte è difficile come credo lo sia per tutti la vita. Scrivere, raccontare di me, dei miei Sciamanini mi rende serena, attraverso loro ho fatto amicizie che durano da anni, perchè si, sono ben 26 anni che convivo con questa splendida razza di Gatti Certosino e ogni cucciolata è rimasta nel mio cuore.

Chiedo venia a chi passerà a trovarmi, sicuramente troverà un sacco di errori ma anche tanta ma tanta bellezza nelle foto dei miei Sciamanini.
Le foto che sono su queste pagine di Certosino adulti sono tutte state mandate da chi li ha cresciuti e con i quali io resto sempre in contatto.

Per cui ricordatevi sempre che chi vuole un mio Sciamanino avrà anche me accanto. Grazie per avermi letto e ...... Gatti Certosino/ Sciamanini per sempre!!

ALLEVAMENTO AMATORIALE CON AFFISSO GATTI CERTOSINO DE LA SCIAMANA

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Anis de la Sciamana

Questa storia (che poi storia non è.. ) inizia con la nascita di una splendida Grigina, nata il 28/12/2006.

Un filo lungo vent'anni, sempre più convinta che il tempo è un bravissimo ladro, ci porta via senza dare segni della sua presenza.

Vent'anni fa non c'erano i social, per cedere i miei Sciamanini usavo l'inserto del Giornale di Brescia, Otto Più, mamma mia solo al ripensarci mi sembra passata una vita.

Era un allegato dove si mettevano gli annunci, un pò come le varie piattaforme che ora vendono di tutto.

Ricordo che al mio annuncio ha risposto un ragazzo, voleva fare un regalo alla sorella e così fu.

La piccola venne chiamata Mush e di lei persi le tracce, rimanere in contatto allora era molto difficile.

Ma nemmeno 2 anni dopo il ragazzo mi ricontattò, Mush era volata sul Ponte dell'Arcobaleno, ricordo ancora le mie lacrime, ricordo il dolore che sicuramente è rimasto dentro di me.

Ricordiamoci sempre che tutti gli esseri viventi muoiono, non ci sono perchè che possono aiutare ad accettare le perdite, siano umane che di animali quando ci lasciano il dolore è immenso.

Anche la sorella del ragazzo non si dava pace e forse, un'altra Grigina l'avrebbe aiutata.

Quella volta è arrivato con sua sorella, Luisa, la quale vedendo i piccoli iniziò a piangere, ricordo solo l'abbraccio e le nostre lacrime che si mescolavano pensando a Mush.

In mezzo a quel dolore c'era una piccola, nata il 02/02/2008 che aspettava una famiglia, io l'avevo chiamata Fragola ma Luisa aveva un altro nome per lei, Anis!

L'elaborazione del lutto ha bisogno di tante cose, del silenzio, delle lacrime, lasciare andare un'Anima è devastante, i vari livelli ci portano ad accettare ma mai a dimenticare, e nessuno potrà MAI sostituire chi ci ha lasciato.

Anis è entrata a far parte della vita di Luisa come nuovo membro e con lei ha vissuto ben diciotto anni, Mush è rimasta con loro, nei ricordi belli e tristi, anche una vita breve lascia un sorriso e il rimpianto di quello che poteva e non è stato.

Ma continuiamo la nostra storia....

Ieri mi è arrivato un'email in cui mi si chiedeva delle informazioni sui miei Sciamanini, come sempre ho chiesto da dove mi contattava, ( non porto i miei Sciamanini a domicilio di nessuno, non sono Amazon, io voglio conoscere le famiglie, creare un filo che ci terrà unite per il bene del piccolo/a ) la risposta, Brescia.

Altra email, mi dice che aveva già avuto 2 Grigine presso la mia zona ma che non ricordava da chi.

Beh, quel dolore sopito, nascosto giù in fondo dentro di me gridava forte, è la mamma di Mush e Fragola/Anis....

Poi ci siamo telefonate e una grande gioia è nata in me, si, era Luisa, era la mamma delle mie due Sciamanine!

Anis ha vissuto una vita felice anche se gli ultimi tre anni sono stati tribulati ma la vecchiaia è pesante per tutti.

Diciotto anni è una grand bella età per un gatto, Anis ha dato tanto a Luisa, ora lei sta elaborando il suo lutto ma ha aperto uno spiraglio per un'altro Grigione/a .

Non ha fretta, non si deve essere fretta, come dico sempre, è una scelta per una vita, quella di un essere vivente, quella di un mio Sciamanino/a

 

 

 

Pandora de la Sciamana 

 

Il tuono esplose, arrivò a terra facendo tremare la mura della casa.

I vetri tintinnarono forte, la paura del momento fu superata solo dal pensiero della loro rottura, come avrebbe fatto?

Luigi si scostò dalla finestra, troppo pericoloso guardare il temporale da lì.

Ricordò l'anno passato, quando un fulmine era entrato come un ladro dal chiusino del contatore dell'acqua e aveva appiccato il fuoco alla cantina, che disastro!

La cantina era un luogo fresco dove stagionavano appesi come trofei i salami, le pancette e tante altre prelibatezze che lo aiutavano nei tempi magri.

Luigi era solo, non aveva famiglia, mai trovato una ragazza che lo capisse, il suo mutismo allontanava gli uomini, figurarsi le donne.

Viveva di poco e di niente, aveva della caprette, due maiali e le sue mani che sapevano fare di tutto, aveva rubato tanto con gli occhi e aveva imparato in fretta, anche lo stare da solo non gli pesava più di tanto.

Luigi per il paese era quello a cui rivolgersi per ogni piccolo problema , dal riparare la gerla al chiedere aiuto nello sfalcio del prato o dei piccoli giardini.

Il temporale piano piano si era spostato verso valle, le nubi si stavano aprendo, ora c'era tanta serenità, gli uccelli ricominciavano a cantare, all'improvvisò ricordò che doveva andare per lumache.

Luigi sorrise e si diede dell'idiota da solo, il ristorante a lago gli chiedeva sempre le lumache, oltre ai soldi gli davano una cena, e che cena!

Corse in garage e cercò la pelandrana,vecchia si, era quello di suo padre morto ormai da trent'anni, povera Anima, ma sempre perfetta, infilò gli stivaloni di gomma, prese un secchio di ferro con coperchio e partì.

Luigi conosceva tutti i muri della valle, sapeva dove trovare le lumache , non era difficile e poi gli piaceva camminare in quel mare umido e silenzioso.

Aveva un bastone lungo con il quale spostava l'erba e ... eccole le lumache, belle e arzille, tutte con le corna fuori a "tastare" dove andavano, ogni volta che le vedeva le salutava.

Al suono della sua voce le lumache si fermavano, sembravano aspettare, lui con la mano delicatamente le staccava dal terreno e le posava con garbo nel cesto dove sul fondo aveva messo delle grandi foglie.

La raccolta durava anche quattro/cinque ore, al ristorante ne erano ghiotti, alla fine le portava direttamente da loro dove venivano pesate e messe subito a "spurgare".

Il momento più difficile per Luigi era vedere le "sue" lumache lavate e poi messe su una tipo di graticola con la farina di mais, quello era un momento dove la pietà si faceva strada in lui.

Ma bastava vedere le scatole del cibo che aumentavano pronte per essere portate a casa, sentire quel profumo di cibo curato, la sua mano che accarezzava il denaro al sicuro nella sua tasca per far sparire ogni remore.

Il rtorno era fatto di allegria, già pregustava quel pasto insolito, era bravo a farlo durare anche se, non la fame, ma la curiosità dei nuovi sapori lo solleticava all'assaggio.

Ma sapeva aspettare, preparava la tavola con lentezza, sapeva gioire in tutto, costruiva una famiglia fatta solo di se stesso e non provava dolore, aveva imparato a volersi bene.

Si sentiva come una lumaca, andava avanti piano, tastava dove si poteva andare e restare senza il pericolo che qualcuno lo strappasse al suo essere così...

 

 

 

Finalmente era arrivata alla sommità della collina!

Si diede il "bravo" sulla spalla da sola, ridendo, dandosi della vecchia bacucca ma il gesto la rese felice, era un traguardo.

Gli anni erano scivolati via come ladri, la strada era corta davanti a lei, non più pagine e pagine da riempire, ora era un tornare indietro a vedere a cercare emozioni dimenticate.

Guardò giù, verso il basso, l'erba era punteggiata di fiori, quelli che lei si ricordava, ranuncoli, nontiscordar di me, margheritine , li conosceva e mentre li guardava li "sentiva".

Alzò lo sguardo al sole e lo riconobbe, il calore l'avvolse come il profumo che saliva dal basso.

L'erba aveva sempre quel  profumo meraviglioso che ricordava, nulla sembrava cambiato, forse neppure lei....

Lei non poteva saperlo ma la sua risata era di una vent'enne mentre piano piano si sdraiava a terra tra l'erba e i fiori, una risata che riempiva il mondo di gioia di vivere.

Unì le gambe come faceva da bambina, si mise orizzontale, bastò una piccola spinta data con tutto il corpo e iniziò a rotolare.

Rotolava e a ogni giro il profumo di tutta una vita l'avvolgeva e capiva quanto era fortunata, di tutto e per tutto.

Gli occhi erano chiusi, ma lei sentiva quel mare di serenità che le entrava dentro e fanculo la vecchiaia, anche per oggi aveva vinto lei!!!

 

 

 

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ALLEVAMENTO AMATORIALE CON AFFISSO

GATTI CERTOSINO DE LA SCIAMANA

BRESCIA

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 GATTINI DISPONIBILI

Tutte le mie grigie e gli stalloni sono stati testati tramite prelievo ematico per il rene policistico (PKD Genetic Test) al laboratorio Vetogene di Milano, ecograficamente per HCM, ovviamente testati anche per FIV, FELV. Sono anche membro del Club del Certosino

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Perchè la mia veterinaria è meglio! La mia " dottora" è fantastica, sa parlare agli animali e ha un un lagotto, Ciccio, che accoglie tutti con delle coccole sfrenate e non è geloso di nessuno. Fare un giro in clinica è come andare a trovare dei carissimi amici, consigliato a mille a tutti quelli che abitano a Brescia e che hanno i miei Sciamanini/e. Grazie Ilaria e company, siete super!!!!!!


In ricordo della mia sempre Tiffany


♥️♥️♥️♥️♥️

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Non ditemi che è solo un gatto...
Tu Tiffany mia sei molto di più, sei mia figlia, sei la sorellina di Mara, fai parte di noi e basta.
Non ditemi che è solo un gatto perchè se tutto il dolore che ho dentro ora diventasse freccia sareste morti all'istante!
Tu Tiffany mi sei dentro da sempre, da quando sei nata in un giorno importante, un 8 marzo del 2002.
Sono state le mie mani che ti hanno accolto in questo mondo, è stato il mio odore che hai sentito prima di quello della tua mamma, io ero sempre accanto a te e ci sarò per sempre!
Ti ha scelto Mara, chissà come mai ha scelto te nel mucchio dei sei piccoli urlanti grigini, ma sei stata tu da subito.
Eri l'unica con il fiocchetto ingombrante, eri quella amata e coccolata di più...
Sei stata per Mara la sua prima amica, per lei sei diventata bambola e nonna di capuccetto rosso, sei diventata principessa e strega.
Tu, straordinaria in tutto, umana fino a dormire allungata come me e Dario tra i nostri due cuscini e anche brontola se mi alzavo la notte e ti svegliavo.
Tu che a tutti hai regalato una testatina come a dare loro il permesso di accarezzarti.
Tu che eri il biglietto da visita di casa nostra, invadente fino a salire sul tavolo se avevamo ospiti ben sapendo che non ti avrei mai sgridato perchè non volevo offenderti davanti a persone non di famiglia.
Tu che tutti ti portano dentro, tutti sanno chi sei e come sei, sei la gatta più dolce, più vera e più nostra del mondo e basta.
Chi ha un mio Grigione ha anche te nei suoi ricordi, per te c'è sempre un pensiero, un sorriso, un filo che diventa amicizia correlato delle tue immagini, dalle tue fusa esagerate e dalla tua insistenza che a volte diventava invadenza.
Non ditemi che è solo un gatto, lei è Tiffany, mia figlia.
Abbiamo vissuto quasi 16 anni assieme e come figlia ti ho sempre messo al primo posto assieme a Mara, io sono sempre venuta dopo, io sono solo la vostra mamma, voi siete le mie principesse.
Anche nelle tue pochissime gravidanze come una figlia mi hai dato l'onore di esserci sempre, sorrido se ci penso, Tiffany, tu iniziavi a urlare ancora prima che iniziasse il travaglio.
Come una regina mi scodellavi i piccoli guardandomi con occhi pieni di dolore facendomi sentire in colpa, poi me li davi e basta, l'unico tuo compito era allattarli ma la mia presenza ti era necessaria.
Anche le notti le passavi nel lettone con i tuoi bambini, non c'era verso che tu stessi nella cesta, tu dovevi dormire con noi, tra di noi e ci portavi un piccolo per volta visto che noi lo rimettevamo nella cesta vicino al letto, tu allora ne prendevi un'altro e andavamo avanti fino a che sfiniti io e Dario ti accettavamo in toto, bimbi compresi.
Ricordo quelle notti passate sul bordo del letto, il dormire con un occhio aperto per la paura di schiacciare un bimbino, certo, l'unica a dormire alla grossa eri tu fiduciosa in noi... Dio che nostalgia di quelle notti....
Anche ora che non riesco nemmeno a vedere quello che scrivo da queste stupide lacrime ho già nostalgia di te, ora che riposi avvolta nella copertina rosa che ti piaceva tanto chiamo già Tiffany tutte le altre Grigie, che farò senza di te?
Sei stata bravissima come al solito, ci hai permesso di salutarti uno a uno, Mara è tornata a casa per te, ti ha chiamato con il vostro linguaggio e tu le sei andata incontro, stanca ma felice, ti sei lasciata pettinare e coccolare, vi siete salutate , vi siete date un arrivederci, lo so con certezza.
Anche Fabio ti ha salutato, con discrezione e da solo ma quando è uscito i suoi occhi erano gonfi di lacrime.
Il papà che non riesce a metabolizzare il dolore e che lascia questo compito a me,ti ha accarezzata e sicuramente ringraziato per tutto quello che ci hai dato.
Io che in questi 4 giorni li ho vissuti con te, attorno a te.
Alla fine eri anche stufa di avermi tra i piedi, si sa, ognuno muore da solo ma io questo non te l'ho permesso, te ne sei andata con me, io c'ero e ti ho accarezzato, ti accarezzerò per sempre!
Tu non devi andare in nessun posto, sei già a casa e lo sarai per sempre!
Tu sei nei nostri cuori, hai solo cambiato forma, ora sei l'energia dei ricordi belli, sarai per sempre un sorriso e sarai per sempre la nostra Tiffany.
Non ditemi che era solo un gatto, lei è mia figlia e basta!

Ti prego Signore

 TI PREGO SIGNORE

KORA   15/12/2008----02/10/2022

Signore lo so che stai aspettando Kora, ma che te fai di una pit bull in paradiso?
Signore, anche sul Ponte dell'Arcobaleno non te la consiglio sai?
Signore, so che tu sai, ma quando sei sicuro che tutto va bene molli un pochino...
Signore, tu sai ma lasciami spiegarti del perchè forse è meglio che rimanga con noi.
Kora è una pit bull che ha sempre vissuto con i gatti e ha volte si crede un gatto (quando vuole coccole esagerate) ma lei odia i gatti (quelli fuori di casa nostra) .
Kora ama giocare con altri cani ma vuole essere sempre lei a decidere il come e il quanto, per questo non me la vedo sul Ponte dell'Arcobaleno, sai che scompiglio?
Kora è una gelosona, difficile per lei condividerci, non me la vedo proprio in Paradiso a sorridere a tutti.
Kora è solo nostra, si, lo so che l'abbiamo viziata, che l'abbiamo umanizzata troppo ma amarla non è costato niente sai?
A nostra difesa e sua ti posso dire che ha sofferto tanto, quanto male ha dovuto subire, non serve raccontarti, vero? Sai già tutto, ecco, noi abbiamo solo trasformato il suo dolore in Amore e credo sia stato il minimo.
Signore, capisci il perchè deve stare con noi?
Ho vissuto giorni, ore minuti e anni con lei, fa parte di me, tu sai quanta fatica mi costa anche buttare un paio di scarpe perchè ci sono tutti i passi che ho fatto, i pensieri che ho avuto, i dolori e le gioie, insomma la mia vita.
Come posso dirti Signore, ora è tua?
Oggi è tornata a casa in un'urna, abbiamo pianto ancora e ancora, so Signore che sei stato paziente, ci hai lasciato il tempo di metabolizzare ma questo tempo non ci basta sai?
Signore, non ci basterà il tempo della nostra vita per lasciarla andare definitivamente lo sappiamo, però possiamo fare un patto se vuoi.
Signore, lasciala con noi, verremo noi a portarla quando il nostro tempo finirà, ognuno di noi avrà un pò di Kora tra le mani e tutta nel cuore, che ne dici Signore?
Lasciala con noi fino a che avremo respiro grazie Signore....

 

El bùs de l'angel

Giovanna spalancò gli occhi sul buio della gelida stanza da letto, sorrise pensando alla sera prima, i suoi figli avevano onorato l’antica usanza della candelora. La Valsaviore era una valle chiusa, dove anche la strada finiva ai piedi dell’Adamello, tante le tradizioni e le leggende, la gente che ci viveva ci credeva. Ripensò alla sera prima, che birbanti di bimbi aveva? Certo, non era facile inventarsi ogni anno un motivo per farla uscire da casa e poi chiuderla fuori cantando la canzoncina in dialetto bresciano fò zènér eter fabrèr (fuori gennaio e dentro febbraio) come a dire, va’ inverno, ora entra la primavera.

Già, febbraio, il nuovo anno sembrava già vecchio, tanto era sempre uguale a quello prima, nulla cambiava, la stessa miseria di sempre. Giovanna si alzò e passando accanto alla finestra sentì il tintinnio dei vetri tenuti ancorati al legno con dei grossi chiodi. Allungò la mano come a fermare quella vibrazione e incontrò il vetro ricamato di ghiaccio, sospirò sconsolata, un altro giorno da inventare, pensò. Scese le ripide scale di legno attenta a non cadere, non accese la luce, non le serviva, bastava contare gli scalini per sapere che era arrivata. Con fare svelto e abituale accese la stufa in cucina e, mentre il calore si diffondeva per la piccola stanza, si lavò. Nel piccolo catino versò poca acqua e fece in fretta le sue abluzioni ignorando la pelle d’oca che la copriva tutta.

Le sue mani percorsero tutto il corpo soffermandosi sul ventre…

Era già spaventata solo all’idea, figuriamoci se il suo pensiero fosse stato certezza!

Giovanna cercò di fare i conti con calma ben sapendo che solo la mattina presto se lo poteva permettere, i cinque figli cui badare non le davano tregua durante la giornata. Popo ormai aveva già nove mesi, sorrise pensando al piccolo che dormiva nella culla su, nella gelida camera, Popo lo chiamavano in famiglia, ma lui un nome l’aveva, Felice si chiamava, ma non si doveva far ingelosire nessuno, né Dio né i Santi, Popo andava bene…

Si passò il panno umido più volte sul ventre e cercò anche di specchiarsi nei vetri della finestra per vedere se il suo sospetto fosse lecito. Certo, le sue regole non le aveva più viste da tantissimo, aveva fatto la quarantina dopo la nascita del piccolo, ma finita quella suo marito era tornato nel letto e in silenzio aveva preteso quello che lei da brava moglie non poteva rifiutare.

Aveva ascoltato le vecchie del paese le quali dicevano che se allattava non c’era pericolo, ma a poco a poco il latte era sparito e lo capiva dal pianto sconsolato di Popo al quale non era rimasto che dare latte di capra e bocconcini di polenta che passava direttamente dalla sua bocca. Il vetro della finestra le rimandò l’immagine di una donna vecchia e triste, sobbalzò, come poteva essere lei quella?

Aveva solo trentacinque anni, ma quello che vedeva riflesso era la realtà.

Si vestì in fretta senza più guardare, ma un movimento dentro di lei la fermò…

C’era, la certezza ora c’era, il bambino aveva scalciato, ora non poteva più mentirsi, aspettava un altro bambino, come avrebbero fatto? Dalla stanza da letto il pianto di Popo la riportò alla realtà, salì con passo malfermo a prenderlo e gli diede la bottiglia di latte già pronto che aveva preparato, intanto la sua mente spaziava per trovare una soluzione. La soluzione più ovvia era l’Ocia, una vecchia che faceva la levatrice e che sapeva curare ogni male con le sue erbe. L’Ocia che dai bambini era chiamata la stria (la strega), forse perché nelle storie raccontate nelle stalle le streghe avevano sempre le sembianze dell’Ocia… 

Quel pomeriggio Giovanna si fece coraggio e dopo aver preso dei barattoli di marmellata di mirtilli, si avviò verso la casa dell’Ocia. Mentre camminava su per la salita, non sapeva più chi pregare, ogni suo pensiero era un grumo di paura. Giovanna bussò e quando la porta le fu aperta, non ci fu bisogno di parole, l’Ocia già sapeva, le indicò il letto sfatto e la visitò. Mani esperte sopra la sua pancia, dita sporche di erbe dentro di lei, ma delicate, domande e risposte a mezza voce e poi il verdetto.

No, non si poteva fare nulla, il bambino era troppo avanti. Non si poteva fare nulla, ma stava a lei scegliere, sì, aveva una scelta e le porse una specie di pancera da mettersi addosso, aveva ancora tre mesi per scegliere. Il Bepe, suo marito, non disse una parola riguardo a quella pancera che lei si metteva ogni giorno, la guardava e poi abbassava gli occhi, lui sapeva. LUI SAPEVA!

Il Bepe aveva iniziato a dormire sul divano in cucina, non la cercava più e lei ne era felice, ringraziava il cielo per questo, aveva già da pensare di suo nelle notti in cui stava sveglia!

Giorno dopo giorno un tormento, in casa tutto era come al solito, i bambini le davano tanto da fare e poi doveva aiutare il Bepe nei campi, ma quello che temeva di più erano le notti.

La sera toglieva quella strana pancera e la sua pancia esplodeva fuori e poi si metteva a parlare con lei, lunghi discorsi che la lasciavano stremata. Quelle notti a girarsi nel letto, ignorando quei movimenti dentro di lei, quello scalciare, come a chiedere pietà, chiedere di nascere, di essere amato.

Essere amato?

Ma scherzi figlio mio?

Siamo già in sette e nessuno è amato, la miseria non genera amore, poi tu non esisti, quasi quasi non esiste Popo, che domande mi fai? Quelle notti colme di dolore per sé stessa per i suoi sogni mai sognati, perché aveva sempre avuto paura anche di sognare lei, paura di sognare le strie, quelle libere che non hanno paura di nessuno, quanto avrebbe voluto essere come una di loro.

L’inverno lasciò il posto a una primavera piovosa, si doveva pulire i prati dal letame sparso in autunno, una fatica immane, ma lei lo faceva con rabbia, non ascoltava il dolore della sua schiena, continuava a rastrellare e a caricarsi le gerle pesanti sulle spalle arrancando fino alla stalla poi anche se esausta ricominciava, aveva fretta in tutto. Aveva fretta di liberarsi anche se ancora non aveva preso nessuna decisione, aspettava. 

Aspettava il momento, sapeva che sarebbe arrivato e … arrivò.

Quella notte il mal di schiena non le diede tregua, alla mattina capì che il momento era arrivato, disse al Bepe che sarebbe andata lei a governare le mucche al bait, lui cercò di protestare ma lei lo fulminò con lo sguardo, il Bepe ammutolì a disagio di quella sua nuova risolutezza. Arrivare su al bait non fu facile, a tratti doveva fermarsi perché il dolore le toglieva il respiro, alla fine arrivò nello spiazzo dell’aia e si sdraiò sulla nuda terra.  Le contrazioni arrivavano a ondate sempre più forti, lei ne era terrorizzata, ma ripensando ai suoi cinque parti sapeva quello che doveva fare e si impose una calma che non era facile trovare. Poi iniziarono le spinte e fu tutta un sudore, si mise in bocca un pezzo di legno trovato lì a terra per non urlare anche se sapeva che nessuno l’avrebbe sentita.

In un attimo il bimbo fu fuori, uscì da lei tutto bagnato del suo sangue e cadde sulla terra con un piccolo tonfo, Giovanna si accorse che era una femmina e ne gioì, per un attimo si sentì sollevata, era solo una femmina alla fine. La sua mano andò alla piccola testolina bagnata e la girò verso la terra, dolcemente la spinse con delicatezza giù, verso il nulla. Il piccolo corpicino era ancora legato a lei dal cordone ombelicale e la placenta era ancora dentro di lei, erano ancora insieme… per poco, ma lei sentiva il dolore della piccola che non sapeva neppure lottare per vivere. Poi anche la placenta uscì, Giovanna la prese e senza guardare la piccola iniziò ad avvolgerla, prima con il cordone ombelicale poi con tutta la massa della placenta, si tolse dal capo il fazzolettone e senza guardare vi depose la figlia.

Ecco, tutto era fatto e la decisione presa!

Era stato facile si disse, dopo tutto era solo una femmina, si pulì alla meglio, si tamponò con gli stracci che aveva preso da casa e si avviò con il suo fardello verso il bosco. Ogni donna del paese conosceva il bus de l’Angel, c’erano sempre fiori attorno a quel buco di rocce dove se ti mettevi in ginocchio e accostavi l’orecchio sentivi il rumore dell’acqua giù, molto giù in fondo.

Giovanna arrivò al buco e sul fagotto fece in fretta un segno di croce, poi lo lasciò cadere, per la prima volta sentì una tenerezza per quella bimba che cadeva lungo le rocce fino a perdersi in meandri sconosciuti e pianse. Piangeva per la sua bimba, piangeva per lei stessa, piangeva per tutte le donne che avevano preso quella decisione orribile e sapeva che in quel buco c’erano tanti angeli buttati via come se fossero stati sporchi e non degni di vivere. A fatica si alzò e andò in cerca di fiori, era fine aprile e la primavera esplodeva in mille colori. Trovò delle genzianelle, ne prese a manciate e tornò al buco degli angeli, iniziò a buttare le campanelle. Le buttava una a una e ogni campanella che cadeva era accompagnata dalla richiesta di perdono. Perdono per lei, perdono per la miseria che c’era, perdono per la vita che le aveva impedito di vivere. Alla fine tornò a casa, il Bepe la guardò e intuì un qualcosa che lo rese muto, non disse nulla, solo delle lacrime silenziose finirono in una barba mal curata.

La sola persona che fu felice fu il Popo, per lui le mammelle di sua madre tornavano a essere colme di latte.